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“Io e Brunello
Come portai Montalcino nel mondo”

Disponibile in Italiano ed Inglese su amazon.it

All'alba degli anni Settanta, Montaicino è un paese della Toscana meridionale come tanti, anzi, forse se la passa un po' peggio di altri. A Montalcino c'è però un vino che gli intenditori dicono essere buono, per il quale si utilizza l'uva Sangiovese che, da quelle parti, viene chiamata Brunello. È apprezzato, ma la produzione è limitata e, soprattutto, lo fanno in pochi. Poi, un giorno, arriva un signore piemontese. È un enologo molto noto, ma qui ancora quasi sconosciuto. Si chiama Ezio Rivella e inizia a girare fra le colline montalcinesi perché ha in mente un progetto ambizioso e in tasca i dollari di una famiglia italo-americana, i Mariani di New York, per realizzarlo. Da quel momento, nulla sarà più come prima a Montalcino. Questa è la storia di un sogno, della realizzazione di un'azienda vinicola pensata per essere un modello vincente e di riferimento; un'azienda che, nata dall'intraprendenza di un uomo, ha trasformato un intero territorio decretandone la fortuna e rendendolo famoso in tutto il mondo. Tuttavia questo libro non ci offre solo il resoconto di un'avventura imprenditoriale di successo, ma ci permette di addentrarci nell'universo del "nettare degli dei" accompagnati da chi l'ha cambiato per sempre.

«Le vostre botti sono vecchie, antiche. Bruciatele tutte se non volete che nel vostro Brunello ci sia robaccia». I produttori di Montalcino volevano inseguire con i bastoni l’astigiano Ezio Rivella quando, incontrandoli per la prima volta, li provocò su quanto avevano di più caro in cantina. Fine degli anni Settanta, l’era nera del Brunello. Rivella aveva le tasche piene di dollari, precise idee di marketing, una flotta di elicotteri, l’idea di costruire un finto castello (poi ne acquistò uno vero). Tra i toscani abituati a lenti cambiamenti secolari alcuni erano pronti a scrivere sulle antiche mura: «Yankee go home» contro Castello Banfi «l’azienda ideale» creata da Rivella e finanziata dalla famiglia italo-statunitense di John Mariani.

Nell’era del suo sbarco in Toscana, il mercato era molto diverso: 300 mila bottiglie. E dove c’è ora Castello Banfi, ha scritto Rivella nel suo libro «Io e Brunello» (Baldini Castoldi Dalai) la zona era «desolata, quattro case e una stazioncina ferroviaria con più treni che passeggeri, terreni incolti e nemmeno l’ombra degli agriturismi che si vedono ora». Che era accaduto? Eppure nel Seicento, come ha ricostruito Stefano Cinelli Colombini, discendente della casata della Fattoria dei Barbi, il vino di Montalcino veniva servito ai Reali d’Inghilterra, due secoli dopo raccoglieva premi in tutta Europa. Era il motore del mondo per il futurista Filippo Tommaso Marinetti che nel 1933 scrisse: «Il Brunello è benzina». Ma la fine della mezzadria e nel 1964 l’apertura dell’Autosole (la Francigena che passa da Montalcino si svuotò) decimarono i vignaioli.

Rivella diventò un enologo noto dopo aver scovato il sistema di rendere limpido il bianco della Cantina di Marino vendendolo in tutta Italia con il tappo a vite. Poi arricchì i Mariani inventando un Lambrusco prodotto dalle Cantine Riunite emiliane per gli Stati Uniti, leggerissimo (7 gradi) e frizzante: 25 milioni di casse l’anno esportate. Con i soldi spremuti dal Lambrusco, Rivella comprò per i Mariani a Montalcino, «a prezzi irrisori», 2.830 ettari, di cui 850 a Sangiovese e Moscadello, e il castello medievale di Giovanni Mastropaolo. Nel 1984 Castello Banfi aprì con una festa hollywoodiana, elicotteri e migliaia di palloncini colorati a formare grappoli d’uva in cielo. L’idea vincente di Rivella è stata quella di pensare in grande: allestì un cantina in grado di produrre allora il doppio delle bottiglie di tutti gli altri vignaioli messi assieme, arrivando in pochi anni, dopo il successo mondiale del Brunello nel 1995, a un milione di bottiglie. «Un’iniezione di forza e investimenti che ha giovato a tutti».

 

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